giovedì 27 agosto 2009

Tagliate, o popolo di Facebook, gli stipendi ai politici. Intanto la Rai da' il suo via libera al regime della censura

Su Facebook, il grande fratello allargato e cybernetico, dove tutti sanno tutto di tutti ma non di me perche' non sono iscritto, ho trovato un gruppo: 1 milione di iscritti (e di firme) per tagliare gli stipendi ai politici.
Bella iniziativa, ho pensato. Pero' il gruppo deve raggiungere 1 milione di iscritti perche' l'operazione ''V per Vendetta'' social-networkizzata possa andare in porto. Una volta raggiunto parte l'azione e a 'sti stronzi gli abbassiamo lo stipendio.
Vado a vedere, quindi, il numero di iscritti al gruppo: 1.001.700 e rotti. Quindi il milione di iscritti e' stato superato!
Ma nessuno ha ancora avviato la raccolta firme fra gli iscritti che si conoscono di vista soltanto perche' hanno visto le rispettive fotografie. Allora: cosa cazzo iniziate a fare una cosa - qualsiasi cosa ma soprattutto una cosi' importante, almeno sulla carta, come questa - e poi non la portate a termine? Il ''voi'', ovviamente, e' generalizzato: in 20 persone, noi di una scuola di giornalismo, non siamo riusciti ad aggiornare un manualetto di informazioni utilissime per l'esame di Stato, un lavoro che avrebbe giovato noi 20 e solo noi. Ma nulla: si dice e non si fa.
Ma se la tendenza e' forte tra persone che si conoscono fisicamente e si parlano a quattr'occhi, mi figuro quanto sia poderosa tra chi neanche si conosce se non per battito di tastiera.
Se qualcuno vuole cambiare qualcosa, deve fare un passo avanti. Basta uno, perche' se il passo che fa e' quello giusto, poi ce ne saranno altri di passi. Di tanti. altri.
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Terminato questo mio delirio del ''dire e non fare'', passiamo alle cose serie. Quanto serie? Tipo che la Rai (Televisione Pubblica, non privata) ha rifiutato il trailer del film di Erik Gandini ''Videocracy'', che racconta (finalmente, direi) i 30 anni di cambiamenti avuti in Italia (anche ) a causa della televisione. Di Fininvest (poi Mediaset) in particolare. Un film che DOVEVA essere fatto.
Bene, la RAI ha rifiutato di mandare in onda lo spot del film perche' ''
film e trailer sono un attacco al sistema tv commerciale, quindi non ritenevano opportuno mandarlo in onda proprio sulle reti Mediaset"
.
E poi ancora (fonte Repubblica): Dice la lettera di censura dello spot: "Attraverso il collegamento tra la titolarità del capo del governo rispetto alla principale società radiotelevisiva privata", non solo viene riproposta la questione del conflitto di interessi, ma, guarda caso, si potrebbe pensare che "attraverso la tv il governo potrebbe orientare subliminalmente le convinzioni dei cittadini influenzandole a proprio favore ed assicurandosene il consenso". "Mi pare chiaro che in Rai Videocracy è visto come un attacco a Berlusconi. In realtà è il racconto di come il nostro paese sia cambiato in questi ultimi trent'anni e del ruolo delle tv commerciali nel cambiamento''.
Non ho piu' parole, a questo punto. Ma c'e' dell'altro: la tv di Stato spiega che, anche se non siamo in periodo di campagna elettorale, il pluralismo alla Rai è sacro e se nello spot di un film si ravvisa un critica ad una parte politica ci vuole un immediato contraddittorio e dunque deve essere seguito dal messaggio di un film di segno opposto.
Allora: sbrigatevi, per favore, a fare un film che parli delle tv private di esponenti politici di sinistra, magari di quelli che sono stati a capo del governo. Sbrigatevi a fare un film dove il partito di ''segno opposto'' ha un conflitto di interessi cosi' grande che nessuno se ne accorge (o fa finta di non farlo).
E, se posso, ANDATE PURE A CAGARE.

Rai: di tutto, ma non proprio tutto.


Un sempre piu' indignato Scofield, che saluta linkando un bell'articolo...

2 commenti:

  1. Io ho fatto fatica anche solo a sentir parlare di Videocracy.

    Siamo sotto censura, ma la gente non se ne accorge. Anzi. Va tutto bene. In Italia va sempre TUTTO BENE.

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  2. Tutto bene una sega ;-) Anche se colgo l'ironia delle tue parole, non posso non dispiacermi della quotidiana consapevolezza di vivere in un regime

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